I monelli di Ortigia

L’amicu che un senti a prima vuci, vuoli diri che lu discursu non ci piaci

L’isolotto di Ortigia rappresenta il nucleo storico di Siracusa, da tutti chiamato “Sarausa vecchia”.

Negli anni ’60 la tendenza degli abitanti era di abbandonare i seicenteschi edifici barocchi, quasi tutti fatiscenti, per trasferirsi sulla terraferma, nella parte nuova della città. Moderni palazzoni erano sorti come funghi in seguito al boom edilizio, generato dal benessere indotto dall’offerta di lavoro nelle raffinerie, installate sul litorale ionico di Priolo ed Augusta.

Pur riconoscendo vistose contraddizioni, ho sempre amato l’isola di Ortigia, i suoi odori, il mercato del pesce, le viuzze anguste, il dialetto stretto e incomprensibile dei suoi abitanti.

Avevo ed ho mille buone ragioni per amare Ortigia, compresa la principale: su quell’isola ci sono nato ed ho vissuto i primi due anni di vita, prima che la mia famiglia si trasferisse sulle rive dello Stretto di Messina.

La nostra casa si affacciava sulla darsena che ospitava il cantiere dei calafatari, abilissimi maestri d’ascia che rendevano stagno il fasciame delle imbarcazioni di legno, utilizzando stoppa e catrame fuso. Una tecnica antica caratterizzata dall’odore acre del bitume che si mischiava al sentore di mare stagnante, nel quale immergevano le barche per completarne l’impermeabilizzazione.

La contraddizione più appariscente, che saltava agli occhi abitando su quell’isola, era di tipo architettonico: dalla bellezza della Cattedrale e dei palazzi barocchi si passava al degrado del dedalo di vicoli, fra case con balconi pericolanti e ringhiere arrugginite. In poche decine di metri si potevano osservare le vestigia millenarie del Tempio dorico di Apollo contigue alle viuzze del quartiere più malfamato di Siracusa: “La Graziedda”.

Gli zii, presso i quali soggiornavo durante le vacanze trascorse a Siracusa, abitavano nei pressi dell’elegante Piazza Archimede, impreziosita dalla fontana di Diana, dedicata alla dea protettrice di Ortigia. Negli anni avevano effettuato notevoli lavori di recupero edilizio per valorizzare la vecchia casa e renderla confortevole, sempre sotto gli occhi vigili dei funzionari della Soprintendenza dei beni architettonici, che impedivano perfino di attaccare un chiodo sulla facciata storica!

Durante i miei soggiorni a casa loro si ricostituiva un affiatato quintetto di cugini coetanei, sempre uniti e pronti a girovagare per i vicoli di Ortigia in cerca di avventure e passatempi fanciulleschi.

Proprio in una stradina del famigerato quartiere “La Graziedda” era avvenuto un episodio della banda dei cinque monelli.

I miei cugini possedevano numerose biciclette che inforcavamo per scorrazzare in lungo e in largo per Ortigia, senza mai attraversare il confine invalicabile che ci era stato imposto dagli zii: il Ponte Umbertino, che collegava l’isoletta con la terraferma.

Le nostre escursioni ciclistiche iniziavano dalla Marina, il lungomare con le fitte magnolie allineate e potate con precisione geometrica. Ci inerpicavamo in bicicletta su per la salita che porta alla Fontana Aretusa, chiamata dai Siracusani “la fontana delle papere”.

Mi ha sempre affascinato la leggenda della ninfa Aretusa, amica fedele della dea Diana, che la tramutò in fonte, affinché sfuggisse alle profferte amorose del dio Alfeo. Questi, a sua volta trasformatosi in un fiume avente le sorgenti in Grecia, attraversò i mari Egeo e Ionio fino a raggiungere la Sicilia, per mischiare le sue acque con quelle della sua amata ninfa.

In effetti, nella Fontana Aretusa, insieme con le immancabili papere, dimorano i pesci rossi d’acqua dolce e i grossi cefali di mare che si muovono sinuosi nel basso e limpido fondale. L’acqua salata si mescola con quella dolce che sgorga chissà da dove, per alimentare i rigogliosi papiri.

Ci fermavamo a lungo per godere della sensazione di freschezza che emanava da quel posto incantato, verdissimo, con un silenzio rotto solo dallo sciacquio del mare e della fonte.

Frotte di monelli, poco più in là, davano prova delle loro abilità natatorie, esibendosi in spericolati tuffi dagli scogli e dal muraglione sottostante la fontana.

Da lì scendevamo in bicicletta giù per il lungomare, passando intorno al severo Castello Maniace fino a raggiungere il carcere borbonico.

Era questo un edificio ormai fatiscente che sorgeva a pochi passi dal mare, con le grate murate davanti alle finestre e nascoste con pannelli opachi, montati su telai metallici arrugginiti. Lo scopo di tali schermature era di evitare che i detenuti potessero guardare verso la strada. Di sicuro, oltre alla visione, bloccavano anche la circolazione di qualche refolo d’aria che avrebbe potuto rinfrescare le anguste celle.

Ogni pomeriggio, quando il sole calante consentiva di scendere per strada, si radunava sotto la facciata del penitenziario una piccola folla variegata, costituita soprattutto da donne e bambini malvestiti. Era il momento del “parlatorio”.  I carcerati, voci invisibili dietro le grate e i pannelli opachi, si accertavano della presenza di un loro familiare o parente, chiamando per nome, a caso, metà della propria progenie. La stessa cosa facevano i convenuti, stando prudentemente dall’altra parte del marciapiede pronti a dileguarsi in caso di controlli. In pochi minuti, con un meccanismo ormai collaudato, si intrecciavano in un vociare dialettale assordante misere storie, rese pubbliche dalla necessità che avevano quei poveracci di comunicare le loro sofferte vicissitudini.

Io e i miei cugini assistevamo a queste sceneggiate, a volte incomprensibili per il grande schiamazzo, con un certo timore misto alla morbosa curiosità dei fanciulli.

Pochi minuti di sosta e si riprendeva a pedalare verso quella che era ai nostri occhi di ragazzini monelli e sfirricchiati la parte più interessante dell’escursione intorno al lungomare di Ortigia.

Si entrava a “La Graziedda”, in un dedalo di viuzze strettissime, con le case talmente vicine che ci si poteva tranquillamente dare la mano da una finestra all’altra. Quando le strade si allargavano, le facciate scrostate dei palazzi mostravano balconi con ringhiere caratterizzate da eleganti ghirigori ormai irrimediabilmente arrugginiti.  Le solette dei balconi erano sostenute da barocche sculture: mostri mitologici, figure cornute e diaboliche si alternavano a orrende teste di animali e merlature scolpite nella pietra.

I pesanti e marcescenti portoni di legno di questi vecchi edifici erano spesso spalancati e puntellati, poiché i cardini non potevano più reggerne il peso. Si aprivano su androni dai quali partivano scalinate in pietra, con i gradini consumati nei punti di appoggio dei piedi, a causa dello scalpiccio secolare. In passato alcuni di questi edifici dovevano essere stati abitazioni nobiliari, perché le dimensioni dei portali, a volte finemente decorati da sculture lignee, lasciavano intendere che potessero consentire il transito e il ricovero nel cortile interno di carrozze e cavalli.

Le case più umili si trovavano a piano terra. Avevano porte e finestre perennemente aperte, nella speranza di far transitare un po’ d’aria che mitigasse il caldo soffocante e disperdesse il tanfo di umidità e muffa. Il sole, imprigionato nei vicoli stretti, non le accarezzava neanche per sbaglio.

All’interno si osservavano ambienti unici: i letti con i materassi di crine, montati su trispidi e tavuli di lignu, coabitavano con i focolari anneriti delle cucine. Laceri tendoni, sorretti da uno spago nascondevano gabinetti maleodoranti privi di sciacquoni, sostituiti da un secchio di ferro ricolmo d’acqua. Completavano lo scarso arredamento un tavolo malfermo con la cerata, qualche sedia di corda sfilacciata, un armadio e “u cantaranu”, il comò sormontato dallo specchio macchiato dagli anni e una bambola come soprammobile. Dalle pareti pendevano solo foto in bianco e nero che rappresentavano ritratti di austeri trisavoli. Tutti uguali: gli uomini vestiti di nero con le basette, le spesse sopracciglia e i mustacchi grigi; le donne, anch’esse vestite di nero e con i capelli legati a tuppo, anche loro accigliate e… baffute!

Questi antichi ritratti di gente morta e sepolta avevano tutti un denominatore comune: i soggetti non sorridevano mai!

Probabilmente, dall’alto della parete ammonivano i presenti a comportarsi bene, altrimenti sarebbero diventati imbronciati e torvi come loro.

Tra mille difficoltà, scansando secchi, panieri, piante e sedie sfondate, transitavamo con la bicicletta in fila indiana in queste calli, spesso inseguiti dalle parolacce incomprensibili e sconce degli abitanti dei vicoli. Vecchiette vestite di nero sciorinavano i panni stesi al sole. In ogni viuzza dovevamo scansare i capi di bucato allineati su cordicelle di fortuna, distanziate con i manici di scopa dagli intonaci scrostati.

Eravamo guardati con diffidenza perché nessuno gradiva la nostra intrusione. I bambini, sempre malvestiti e a volte scalzi, guardavano con invidia le nostre biciclette nuove fiammanti. Qualcuno arrivava a minacciarci inseguendoci con un bastone e costringendoci alla fuga fuori da quei vicoli fatiscenti, per evitare guai peggiori.

Dovevamo ancora mettere a segno il vero scopo della nostra escursione.

Tornavamo a pedalare sul lungomare che costeggiava il lato est di Ortigia, protetto da una precaria ringhiera arrugginita dalla quale ci si affacciava su aguzzi scogli, lambiti da un mare tranquillo e trasparente. Di pomeriggio la fresca ombra delle basse case che si affacciavano su quel versante del lungomare si stendeva sulla strada.

Tutte quelle abitazioni, con le facciate recentemente riverniciate di colori vistosi, allo scopo di attrarre gli sguardi dei passanti distratti, erano occupate dalle “signorine di Ortigia”.

I colori sgargianti dei muri non erano in verità necessari per attirare l’attenzione degli uomini. Bastava, e avanzava, l’esposizione che davano di se stesse le bottane. Stavano sedute davanti alla loro casa, vistosamente truccate, con le gambe scoperte e accavallate.

Passavamo davanti a questo spettacolo, dapprima velocemente, poi tornavamo indietro e ripassavamo per cercare di carpire qualcuna di quelle signorine iarruse in posa sguaiata e provocante. Il nostro sfacciato viavai durava fino a quando qualcuna di quelle signore, innervosita da quell’andirivieni, non si alzava e ci cacciava in malo modo, magari lanciandoci qualche oggetto per punire la nostra impudenza!

Talè ‘sti mascarati… itivinni”!

Ricordo che una volta questa manfrina finì in modo per me a dir poco inglorioso.

Doveva aver piovuto di recente e qualche intelligente operaio del Comune aveva aperto un tombino intasato dalle foglie, posto sul selciato.

Peccato che aveva riposizionato la griglia a sbarre metalliche parallele, in senso longitudinale rispetto alla strada, anziché trasversalmente a questa.

Sfortunatamente fui io il primo sprovveduto a passare sulla grata in bicicletta, distratto dalla visione delle bottane che ostentavano la loro formosa merce.

Il sottile copertone della ruota anteriore si infilò tra le sbarre del tombino. La ruota si bloccò.

Io volai orizzontalmente in avanti!


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