Incendio

‘A pagghia vicinu ‘o focu appiccia

La nostra volpina Lola continuava nervosamente a fare il giro di tutti gli ambienti del Lazzaretto che avevamo violato impunemente, annusando l’aria che odorava di polvere e di muffa.

La furba cagnetta aiutava me e mia sorella nella ricerca infruttuosa del posto nel quale la gatta potesse aver partorito e nascosto i sui cuccioli.

Di tanto in tanto starnutiva stizzita e ringhiava. Rifaceva di corsa il giro del territorio appena esplorato e tornava sempre più impolverata.

Ad un tratto entrò nell’ultima stanza, attraverso la porta aperta posta in fondo alla camerata, a fianco dell’ultimo letto.

Cominciò ad abbaiare sempre più freneticamente per attirare la nostra attenzione.

Si sentirono nell’ordine: un miagolio, che sembrava l’urlo dell’uomo delle nevi; un soffio “fffrrrr”, poderoso come un ruggito, latrati nervosi, ancora “affutate” etanti guaiti lamentosi… “cai”, “cai”, “cai”.

Si capiva chiaramente che Lola aveva scovato il rifugio dove la gatta custodiva i suoi micetti e che questa, pur di difendere i cuccioli, aveva deciso di vendere cara la pelle, graffiandola per poi ritirarsi imprendibile nel suo sicuro nascondiglio, lasciandola con un palmo di naso… e per giunta graffiato!

Avevamo raggiunto il nostro scopo: anche questa volta eravamo riusciti a scovare dove si trovavano i gattini appena nati.

Ci rendemmo subito conto che l’impresa di avvicinarli e accarezzarli era tutt’altro che semplice, a causa della presenza nella stanza di numerose casse di legno, ordinatamente accatastate, quasi fino al soffitto, con i riccioli di paglia che fuoriuscivano dai coperchi.

La gatta si era astutamente rintanata all’interno di un imballaggio di legno, in fondo a uno strettissimo corridoio che separava due alte file di casse affastellate. Il nascondiglio era irraggiungibile, a meno di non affrontare l’impresa titanica di spostare decine di casse ammassate.

Era questa una soluzione improponibile!

Quando i nostri occhi si furono abituati alla penombra, riuscimmo a vedere la micia accovacciata sulla paglia di una cassa, mentre allattava i suoi cuccioli, incurante dei latrati furibondi della volpina e della nostra presenza. Ci guardava con le pupille sgranate e sfavillanti, come per scusarsi del fatto che, per un’ineluttabile legge di natura, doveva sottrarre i suoi piccoli alla nostra morbosa attenzione.

Per sua sfortuna la curiosità dei suoi impiccioni padroncini non era ancora soddisfatta. Decidemmo di illuminare in qualche modo la scena dell’allattamento, per valutare almeno la quantità dei cuccioli e il colore del manto, in modo da poter dissertare sulla loro paternità!

Andammo a prelevare la scatola di fiammiferi che avevamo trovato nell’infermeria, vicino al “becco di Bunsen”.

Giacinta sfregò il fiammifero di legno contro la rugosità della scatola.

La capocchia sfavillò, sfrigolando luminosa, riempiendo l’aria del caratteristico odore di fosforo bruciato.

Ci brillavano gli occhi dalla felicità.

Tenendo il fiammifero con la punta delle dita, badando accuratamente a non bruciarsi, lo introdusse all’interno dell’angusto spazio tra le cataste di casse, mentre io facevo capolino sopra le sue spalle, in punta di piedi, per guardare in fondo allo stretto corridoio.

Il fuoco illuminò la scena per alcuni istanti. Gli occhi della gatta, rischiarati dalla luce si socchiusero, in lontananza.

Presto fu di nuovo buio.

Convinsi mia sorella a fare provare me, stavolta, ad accendere un fiammifero.

Riluttante mi passò la scatola, proprio mentre già tentavo di strappargliela violentemente dalle mani.

Fiutava il pericolo, e la tragedia incombente!

Accesi il fiammifero al primo strofinio, con un’abilità che sembrava sottintendere che non avessi fatto altro nella vita.

Il diavoletto che albergava in me se la rideva in attesa degli eventi!

Allungando il braccio quanto più possibile, infilai la fiamma in mezzo alle casse, badando essenzialmente a non bruciarmi le dita, con lo sguardo rivolto qualche metro più in là.

In un attimo accadde l’irreparabile!

Alcuni filamenti di paglia, arricciati, occupavano l’angusto spazio, aspettando il contatto con la fiamma, per realizzare il fine della loro esistenza.

“La pagghia vicinu ‘o focu appiccia”.

Nessun Santo protettore mise riparo alla mia imprudenza.

Ritrassi la mano, scottato, mentre un bagliore improvviso rischiarò il viso attonito di mia sorella dietro le mie spalle.

“Attento! Il fuoco!”, urlò.

Saltai indietro impaurito e decidemmo subito di andare alla ricerca spasmodica dell’acqua per spegnere il focolaio appena incipiente.

Speravamo, ingenuamente, che l’incendio non si propagasse troppo in fretta.

Tornai nell’infermeria, afferrai dal manico una caraffa di vetro.

Il rubinetto rugginoso scricchiolò sotto le mie dita, ma non uscì neppure l’ombra di una goccia d’acqua dal tubo secco da decenni.

Giacinta aprì velocemente la porta di legno che conduceva verso l’esterno. Mi spinse fuori urlandomi dietro: “Vai a prendere l’acqua alla botte del Cantiere”.

Capii al volo che alludeva al fusto di legno, dotato di un rubinetto a pressione, dal quale gli operai del Cantiere Rodriquez attingevano l’acqua per bere durante le pause lavorative.

La botte era lì, a pochissimi metri, sul piedistallo.

Peccato che ci fossero due lavoratori in fila per dissetarsi.

Educatamente, come mi avevano insegnato, aspettai il mio turno, tradendo una certa premura con il concitato movimento delle gambe, come se mi stesse scappando la pipì.

I due operai, ignari del pericolo incombente, interpretarono la mia impazienza a prelevare dell’acqua come se fosse dettata da una gran sete arretrata.

Si fecero da parte e mi aiutarono a riempire la caraffa fino a metà. Rimasero sbigottiti quando ringraziai e schizzai via senza bere, reggendo il recipiente con il prezioso liquido tra le mani.

Trovai mia sorella sull’uscio della stanza.

Attonita e paralizzata dalla paura, incapace di proferire parola, guardava il disastro abbagliante che mi si presentò immediatamente agli occhi.

Le fiamme avevano avvolto completamente le cataste di casse e lambivano il tetto dello stanzone, con lunghe lingue di fuoco dal colore rosso arancio.

Sul momento non mi persi d’animo. Avevo la mia caraffa e mi avvicinai al fuoco, incurante del pericolo e del calore, per scagliare l’acqua contro le fiamme.

Uno sfrigolio svogliato fu la risposta di quell’immane incendio al mio inutile intervento.

Mi colse una sensazione di sconforto e d’impotenza.

Restai ammaliato per un po’ ad osservare quello spettacolo orribile e affascinante al tempo stesso.

Ci pensò Giacinta a scuotermi dal torpore che mi aveva stregato.

“Scappiamo fuori!”

“Andiamo a chiedere aiuto!”

Non ce ne fu bisogno perché nel frattempo le fiamme avevano raggiunto le alte finestre, avevano annerito e fuso i vetri, incendiato i rinsecchiti telai per uscire sinuose e prorompenti all’esterno dell’edificio, accompagnate da sbuffi di fumo.

A focu! A focu!”, cominciarono a gridare alcuni operai.


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