Lido Arenella

Megghiu nàsciri patedda ‘nta lu mari, che sceccu da carricari

Si finiva per andare al bar ad ascoltare, spesso a sbafo, uno dei motivetti più gettonati di quell’estate. Quasi sempre, avvicinandosi all’atrio del lido, ci raggiungeva il motivetto più famoso di quel periodo; la canzone che avrebbe accompagnato ogni italiano per tutta la vita:

volare oh, oh… cantare oh, oh, oh… nel blu dipinto di blu!”, urlava Domenico Modugno.

Con una moneta da 50 lire si potevano ascoltare dal juke-box ben tre brani. Stavamo tutti pigiati intorno alla magica scatola piena di luci lampeggianti e bottoni colorati. Superate le resistenze e gli inevitabili disaccordi, il fortunato possessore della moneta imponeva le proprie scelte e premeva i pulsanti delle lettere e dei numeri che permettevano di selezionare le canzoni preferite. Il braccio meccanico prelevava uno dei dischi posizionati parallelamente in una rastrelliera ruotante, senza esitazione e senza errore, sotto i nostri occhi meravigliati da tanta tecnologia. Dopo pochi secondi la puntina sfrigolando restituiva il motivo atteso:

C7 “Abbronzantissima, sotto i raggi del sole”.

L9 “Guarda come dondolo, guarda come dondolo, con il twist…”.

I più grandicelli accennavano qualche passo di ballo, a piedi nudi sulla pista di cemento perennemente ricoperta da una spolverata di sabbia finissima riportata dalla spiaggia.

Negli anni il Lido Arenella era stato ampliato e modernizzato. Dei vecchi “Bagni Di Mauro” restavano solo alcuni filari di cabine di legno, oltre all’immutata bellezza degli scogli e dell’arenile.

Talvolta le nostre escursioni erano più temerarie; in tal caso, in seguito ad accordi segreti tra noi intercorsi, non aggregavamo al gruppo nessun estraneo e partivamo con la solita pattuglia di cugini.

Oltrepassavamo le staccionate che delimitavano il lido e ci inoltravamo lungo stretti sentieri, nel cuore di fitti canneti, fra verdeggianti pale di fichi d’india e muretti a secco, vecchi di secoli.

Era un paesaggio arido e assolato. Assoluto regnava il silenzio. Rotto solo dal frinire delle invisibili cicale che si acquietavano per qualche secondo al nostro passaggio, per poi riprendere il loro ininterrotto verso, rassicurate dalla ristabilita lontananza. Di tanto in tanto una lucertola verde attraversava il nostro cammino per sparire velocemente, inghiottita dalle mille crepe, fra le irregolari pietre dei muretti a secco. Percorrevamo una sterile radura popolata da mandorli e carrubi piegati dal vento, fino a raggiungere un fitto canneto che rappresentava il confine con il luogo meraviglioso, e segreto, che avevamo scoperto per caso. Avevamo percorso un arco di alcune centinaia di metri, allontanandoci dalla spiaggia per riavvicinarci al mare in prossimità del canneto.

Ci aprivamo un varco fra i fusti delle canne, aiutandoci reciprocamente. Superato quest’intricato ostacolo naturale si apriva uno scenario indimenticabile per la sua bellezza ed eterogeneità.

Davanti a noi si presentava un’area stagnante con piccoli laghetti, separati da sottili strisce di terra che convergevano verso una collinetta di sabbia dorata e finissima. La duna s’inerpicava per qualche decina di metri, addolcendo l’ascesa verso la ripida scogliera di roccia rossa che chiudeva da sud il golfo del lido Arenella, a picco sul mare.

L’artefice di tale meravigliosa struttura era il vento: la tramontana rigenerava la duna durante l’inverno, prelevando la sabbia dall’arenile per spingerla verso il crinale di roccia. Lo scirocco, proveniente dal versante opposto, la restituiva alla spiaggia, legittima proprietaria, con un andirivieni incessante e millenario.

Dall’altra parte dello stagno s’intravedeva la vicina spiaggia e il mare turchese che andava ad infrangersi spumeggiante sotto la scogliera di roccia rossa.

Il contrasto di colori e la bellezza intatta del posto ci avevano fatto battezzare con il nome di “Eden” questo meraviglioso scenario naturale.

Tenendoci per mano entravamo scalzi dentro le limpide acque dello stagno saggiando prudentemente la consistenza del fondale sabbioso.

Avevo visto in un fumetto di “Capitan Miki” un cavallo inghiottito dalle sabbie mobili, invano aiutato dal suo padrone, che finiva per fare la stessa terribile fine!

Non potevo dimenticare il turbamento che mi aveva trasmesso la vignetta, con la mano protesa fuori dal fango, alla disperata ricerca di un ultimo improbabile appiglio. Per non dire della vignetta precedente, che raffigurava l’ultimo pezzo di cavallo visibile fuori dalla melma assassina: le sole orecchie ritte, in un ribollire di gluglu, gulp, blob!

A peggiorare la situazione ci si metteva anche mio cugino Sergio, con il suo catastrofismo e con la voglia di stupirci con effetti speciali. Prima ci convinceva che in quei laghetti si celava l’insidia delle sabbie mobili e poi ci costringeva a fare una catena umana per reggerlo, mentre cautamente entrava nella pozza, fino alla vita.

Più d’una volta il furbastro si prendeva gioco della nostra ingenuità e fingeva di sprofondare nelle sabbie mobili, accompagnando la sua flessione sulle gambe con invocazioni di soccorso che venivano da noi candidamente ignorate. Infatti, a seconda dei casi, poteva succedere che non gli credessimo e restavamo in cauta attesa che si stancasse della sua ignobile finzione, oppure poteva essere che avesse recitato in modo convincente e ce l’eravamo data a gambe, per paura di essere risucchiati anche noi dall’orribile tranello.

Ma siti pacchi i mari!”, era la più educata delle ingiurie che ci rivolgeva, alludendo a quelle bestiacce mollicce e viscide che popolano il porto di Siracusa.

Comunque andassero le cose, in barba al divieto di balneazione postprandiale imposto dai nostri genitori, ci mettevamo a sguazzare allegramente nella limpida e caldissima acqua stagnante, provocando la fuga dei pesciolini che v’erano rimasti intrappolati dopo l’ultima mareggiata.

La nostra escursione pomeridiana continuava con la faticosa arrampicata su per la scoscesa duna, con le gambe che affossavano stancamente nella sabbia finissima.

Quelle sì che potevano definirsi “sabbie mobili”.

Il primo che guadagnava la vetta invece di aiutare i ritardatari, dall’alto della postazione raggiunta, li spingeva inesorabilmente in basso. Ci si ruzzolava giù per il pendio per infarinarsi deliberatamente e si tentava di nuovo la terribile scalata, fino allo sfinimento, tra risate, parolacce, minacce e preghiere; in un gioco che anticipava le nostre prime trasgressioni e le prime libere iniziative.

Dovevamo per forza di cose risciacquarci prima di tornare all’ovile, come delle pecorelle smarrite, a perorare la causa dell’anticipo del bagno pomeridiano. Non potevamo certo presentarci tutti insabbiati al cospetto dei nostri genitori!

Ci sciacquavamo velocemente nei laghetti delle sabbie mobili e facevamo un largo giro fino all’alta scogliera che dominava il golfo con il lido Arenella, in modo da avere il tempo di asciugarci.

Lo spettacolo dagli scogli era maestoso, ma non lo potevamo godere interamente perché dovevamo stare cautamente acquattati, per evitare di essere scorti dalla spiaggia, dove attendevano con ansia il nostro ritorno.

La rossa scogliera si apriva in piccolissimi fiordi nei quali il mare schiumava nervosamente, nel tentativo di aprirsi un varco e scalfire qualche granello di roccia da accumulare nella vicina spiaggia dorata. Durante i pochi istanti in cui la bianca schiuma si acquietava, l’acqua trasparente faceva vedere il patrimonio che proteggeva nelle sue profondità: scogli sommersi, costellati dai ricci e impreziositi dai coralli e dalle stelle marine.

Appena il tempo di focalizzare questa limpida visione e una nuova ondata ruggiva sotto i nostri piedi tentando di ghermire la roccia granitica.

Dall’alto della scogliera c’era sempre qualche ragazzo che si esibiva in un volo d’angelo per infilarsi con le braccia protese nell’azzurra profondità, sfidando l’apparente vicinanza del fondale; che ingannava la vista, ampiamente, per difetto!

La trasparenza dell’acqua instillava il dubbio che non ci fossero metri sufficienti per accogliere il volo degli spericolati tuffatori. Fortunatamente l’incertezza si rivelava infondata! Tornavamo lungo il bagnasciuga verso il nostro ombrellone, stremati ma asciutti.

Strada facendo concertavamo una bugiarda versione sulla nostra escursione, abbastanza verosimile da evitarci una ritorsione per la prolungata assenza.


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