Per tutto il pomeriggio il tempo si era andato guastando. Già prima di sera le nuvole si erano scurite minacciosamente e si era alzato un forte vento di scirocco che non prometteva nulla di buono.
Eravamo rimasti tappati in casa, affacciandoci incuriositi sull’uscio soltanto per controllare quando avrebbe iniziato a piovere. C’era nell’aria plumbea quella strana atmosfera di eccitazione e di soddisfazione che ci pervade quando sta per scoppiare il temporale e si ha la certezza di un riparo dall’imminente acquazzone. Un fastidioso senso di inquietudine lo provocava l’acuto sibilare del vento, che fischiava attraverso i tralicci delle gru e i capannoni del vicino Cantiere Rodriquez, fino a scuotere con violenza le fronde dell’imponente fico.
Abitando sulla penisola della Zona Falcata, prospiciente lo Stretto di Messina, eravamo abituati all’arrivo improvviso dello scirocco e al suo turbinare rabbioso nello spiazzo antistante alla nostra abitazione, intorno al flessuoso oleandro dai fiori vermigli, che si inclinava alla forza del vento appoggiandosi al muro di cinta.
Il nerboruto fico se la rideva delle raffiche a 100 chilometri orari, potendo contare sulle profonde radici che pescavano fin dentro l’acqua del mare. Ancora privo di gemme da proteggere, consegnava allo scirocco le ultime foglie rinsecchite e i fichi avvizziti rimasti sui rami dall’estate precedente.
Oltre il cancello si udiva distintamente il mare che rumoreggiava contro il molo, inducendo i marinai a rinforzare gli ormeggi delle imbarcazioni.
Il conto più pesante lo pagavano le lamiere inchiodate sul tetto dei capannoni che ospitavano gli aliscafi in costruzione. Con subdola tenacia, come un coltello appuntito che insidia le valve di una cozza, il vento si insinuava nelle fessure appena delineate e cominciava a scardinare il primo spigolo. Il gioco era fatto! Per quella pesante lamiera d’acciaio ondulato non ci sarebbe stato scampo. Avrebbe cominciato a dibattersi, attaccata ai suoi rimanenti punti di ancoraggio, finché il vento non li avesse scardinati, ad uno ad uno, e non se ne fosse impossessato per librarla su per l’aria, come un pesante aquilone impazzito, fino a restituirla nuovamente al terreno, con risultati spesso disastrosi. Quest’agonia poteva durare anche ore e provocava una gran pena all’animo, e all’udito, sentire la povera lamiera sbattere rumorosamente contro le vicine meglio inchiodate, fino al compimento del suo destino.
Mentre mia madre preparava la cena, mio padre ravvivava il fuoco nel focolare all’esterno, in modo da avere tizzoni ardenti disponibili per il braciere, da portare in casa per scaldare l’ambiente umido. Metteva al sicuro in giardino gli oggetti che l’incipiente bufera avrebbe potuto danneggiare.
Lola se ne stava rintanata all’interno della cuccia, annusando nervosamente l’aria piovigginosa e lanciando dei piccoli guaiti a mano a mano che si approssimava il temporale.
La prima pioggia non tardò ad arrivare, preceduta da una serie interminabile di lampi che rischiaravano il mare all’orizzonte, seguiti dal ritardato boato dei tuoni. Iniziavano già a piovere goccioloni, quando mio padre entrò in casa reggendo in mano il braciere circolare di ottone, pieno di carbonella ardente. Lo appoggiò su una pedana di legno posta di fianco al tavolo intorno al quale prendemmo posto per la cena.
Sapevamo che quella sera avremmo potuto seguire la nostra trasmissione radiofonica preferita. Ancora non possedevamo il televisore e quindi ci intratteneva l’ascolto della vecchia radio a valvole Minerva, che svettava sontuosamente su uno scaffale della libreria. Proprio all’ora di cena avrebbero trasmesso un programma durante il quale un personaggio, il ciabattino Mastro Lesina, raccontava delle fiabe per bambini che coinvolgevano ed emozionavano fino alle lacrime. All’inizio della trasmissione il narratore intonava una canzoncina che avrei ricordato per tutta la vita:
“Io son Mastro Lesina
E son ciabattin
Lavoro contento
E mi piace cantar
E ai bimbi buoni
Le fiabe narrar…”.
Era assolutamente necessario accendere la radio qualche minuto prima, per dare il tempo alle pigre valvole di riscaldarsi, in modo che non trasmettessero il loro gracchiare iniziale all’altoparlante, proprio durante l’esecuzione della sigla. Al termine della canzoncina, dopo aver salutato i suoi lontani radioascoltatori, Mastro Lesina annunciò che quella sera avrebbe raccontato la “Fiaba delle due vie”.
Iniziò la narrazione mentre la nostra intera famigliola stava raccolta attorno al braciere, in religioso silenzio, per non perdere neanche una sillaba del racconto.
“C’era una volta una donna molto povera e vedova che viveva di stenti e di elemosine. Dignitosamente era riuscita ad allevare due figli maschi gemelli fino all’età dell’adolescenza. Nonostante i forti sacrifici sostenuti, venne un momento in cui capì di non essere più in grado di mantenere i ragazzi e pensò che questi avrebbero potuto cavarsela da soli nella vita, allontanandosi dal paese e dalla casa in cui erano cresciuti”.
Un tuono fortissimo ci fece trasalire mentre eravamo assorti ad ascoltare la fiaba di Mastro Lesina.
L’unica lampada che rischiarava l’ambiente sussultò, emanando una luce incerta prima di riaccendersi. Per qualche istante la radio balbettò rumori confusi, il suo quadro luminoso si affievolì, fintanto che l’altoparlante smise di gracchiare e la voce tornò con tono suadente.
“Una mattina la donna svegliò i due fanciulli e diede loro i poveri risparmi posseduti, spiegando che avrebbero potuto trovar miglior fortuna lontano da quel paese. Mentre albeggiava li accompagnò fino al limitare del borgo. Camminarono a lungo fino a raggiungere un’edicola votiva davanti alla quale la poveretta li abbracciò uno per volta, con le lacrime agli occhi, sapendo che il suo povero cuore non avrebbe resistito fino al loro ritorno. Li invitò a prendere i due sentieri separati che partivano dai lati della cappella e si inoltravano nel bosco. Ripeté loro: davanti a voi ci sono due vie. Ognuno vada per la propria strada senza indugi né ripensamenti…”.
Un altro terribile tuono scosse la casa fin dalle fondamenta. La peggiore cosa che potesse capitare si realizzò.
Andò via la corrente elettrica!
La radio Minerva si ammutolì, esalando un ultimo stridente fruscio e restammo tutti silenziosi ad attendere che tornasse la luce e la voce di Mastro Lesina. Attendemmo invano per qualche minuto nel buio della casa, appena rischiarato dalle braci che ardevano. All’esterno il vento faceva scrosciare la pioggia contro gli alberi spogli e i capannoni del cantiere, spazzando il giardino buio con folate vorticose miste ad acqua.
Avveniva di consueto che andasse via la corrente elettrica durante quei temporali. A volte il disagio si protraeva anche per giorni. Infatti, lungo la strada che portava dal cantiere a casa nostra, stanchi pali di legno ormai marcio sfidavano da troppi anni le intemperie invernali e il caldo estivo, per sorreggere due fili sfilacciati che penzolavano in balia dei capricci del vento. Mio padre si affrettò ad accendere il lume a petrolio, che tenevamo abitualmente a portata di mano. Incendiò lo stoppino, dopo aver sollevato il paralume di vetro trasparente. Agendo sulla rotella regolò l’altezza della fiamma, fintanto che un confortante chiarore illuminò di nuovo il piccolo ambiente e le nostre facce deluse.
Della “Fiaba delle due vie” non avremmo mai conosciuto gli sviluppi, né tanto meno la conclusione. Per quella sera l’intrattenimento era finito e la mamma ci invitò a prepararci per andare a letto.
Fuori continuava a piovere a dirotto ed era rassicurante essere al riparo nell’ambiente fiocamente rischiarato dal lume e scaldato dalla brace, che si andava lentamente consumando.
Mi rasserenava molto l’idea di addormentarmi rannicchiato sotto le coperte, ascoltando il forte vento e il rombo dei tuoni, che sembrava si concentrassero tutti sulla nostra casa, forse attirati dal lungo parafulmine che avevano installato sul capannone del Cantiere Rodriquez.
Ad un tratto, un avvenimento imprevisto si intromise in quella scena familiare e fermò il quieto narrare di mia madre, che aspettava il nostro sonno raccontando un’ultima storiella.
Toc… Toc.
Improvvisamente si udirono due colpi decisi alla porta della cucina.
…
…
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