Cu s’arripara sutta la frasca, si cogghi chidda ca chiovi e chidda ca casca
Dopo la fine della guerra, nonno Virgilio era stato imbarcato come Nostromo sulle navi cisterna della Marina Militare che settimanalmente rifornivano d’acqua potabile le isole minori.
Aveva fatto la spola tra la Sicilia e l’arcipelago vulcanico delle Eolie, in una routine interrotta di tanto in tanto da qualche fortunale, che rendeva pericoloso raggiungere i paesini isolani.
Quando terminò i suoi imbarchi sulle navi militari, alle soglie della pensione, gli avevano affidato l’incarico di occuparsi di fari.
Il vecchio Nostromo rivestì l’affascinante qualifica di “Guardiano del faro”.
La sua prima nomina, non poteva essere più scomoda: Il Faro di Capo Sandalo.
La lanterna sormontava una possente costruzione militare situata in cima ad uno sperone di roccia, a picco sul mare, sulla costa dell’Isola di S. Pietro: un isolotto abbastanza vicino al versante occidentale della Sardegna.
Nonno Virgilio mi aveva raccontato con dovizia di particolari tante storie della sua vita, ma credo che il resoconto della permanenza sul Faro di S. Pietro, come lo chiamava lui, sia quello che più mi è rimasto impresso.
Narrava di settimane intere durante le quali le coste erano flagellate dai marosi e le onde spumose venivano spinte dal furioso Maestrale fino allo sperone di scogliera sovrastato dal faro.
Il guardiano rimaneva isolato sulla sua torretta di pochi metri quadrati, attrezzati con un fornello a gas, il lume a petrolio, qualche stoviglia e una brandina. C’era anche un piccolo tavolo sul quale era solito srotolare le carte nautiche dei posti del mondo che aveva visitato. Le aveva portate con sé, fin su quell’eremo, per ricordare i tanti anni trascorsi sul mare a governare la ciurma e per ripercorrere con la memoria le rotte che aveva tracciato con compasso e squadrette da carteggio.
In quell’ambiente angusto e spartano in cima alla lanterna era racchiuso tutto il suo mondo. Assisteva ad albe e tramonti di ineguagliabile bellezza, sfidava la calura del sole, le sferzate della pioggia, il sibilo del vento e il rombo dei marosi.
La maestosità dei panorami mozzafiato che lo circondavano dava un significato profondo e imperscrutabile alle sue giornate.
Esplorava con il binocolo l’orizzonte azzurro inquadrando qualche rara imbarcazione che lentamente risaliva quel mare aperto sull’infinito.
A volte si metteva ad origliare negli anfratti dello sperone di roccia dentro i quali prolificavano rumorose famigliole di uccelli acquatici.
Infatti, gli faceva compagnia una nutrita colonia di gabbiani e cormorani, che approfittavano del luogo solitario e delle cavità della scogliera a picco sul mare per costruire i loro nidi d’amore.
Ma quanta nostalgia dello Stretto di Messina e della sua famiglia rimasta in Sicilia!
In tanti anni, solo pochi sperduti turisti, durante la stagione estiva, osavano avventurarsi fino al suo rifugio per scambiare due chiacchiere. Qualche peschereccio si approssimava sottocosta per salutarlo con un fischio di sirena, al quale rispondeva sventolando la bandierina della Marina Militare, con l’effige delle Repubbliche Marinare.
A parte la nostalgia di casa che a volte lo attanagliava, stava comunque bene da solo, immerso nelle sue riflessioni e nelle letture dei libri che la direttrice dell’Ufficio Postale del paese gli metteva da parte.
Vinceva i momenti di noia costruendo lenze e collaudandole, con gran successo, dalla sua postazione in riva al mare, sugli scogli affioranti alla base del faro. Utilizzava come esche i pesci più piccoli, qualche cozza e piccoli crostacei o granchietti.
La pescosità di quel mare generoso e limpido facilitava la sua perizia marinara.
Spigole, orate, triglie, sugarelli e polipi non mancavano mai nel suo secchio. Una volta persino un’astuta e diffidente murena, maculata di giallo e di nero, abboccò alla sua esca. Era un animale troppo bello e sinuoso per privare il mare di quella beltà.
La liberò dall’amo prima che si aggrovigliasse irrimediabilmente con le lenze e l’appoggiò a due mani sul pelo dell’acqua, perché si immergesse elegantemente alla ricerca della tana da cui si era incautamente allontanata.
Al tramonto, la sua torretta diventava il luogo più importante dell’isola.
Doveva occuparsi di alimentare la lampada del faro, costituita da una garza bianca affusolata, nebulizzata con vapori gassosi di acetilene. Procedeva all’accensione del tessuto e poi caricava manualmente il meccanismo a orologeria che avrebbe garantito la rotazione del tamburo cilindrico. Per le prossime quattro ore si sarebbero susseguiti con regolarità una serie di lampi intervallati da eclissi, a seconda che le feritoie diventassero spiragli per la luce in direzione del mare o che la lampada restasse invisibile dall’orizzonte esterno. L’elettricità era ancora un’irraggiungibile chimera per la sua casa sullo scoglio. Ogni quattro ore avrebbe dovuto ricaricare la molla di rotazione della “lampara” e controllare l’accensione della garza; per l’intera nottata, fino a quando il chiarore dell’alba sarebbe cresciuto abbastanza da rimpiazzare la luce della lanterna.
Si allontanava dalla sua torretta solo per recarsi all’emporio o all’ufficio postale del paese. Dopo aver percorso alcuni chilometri a piedi poteva imbucare le proprie lettere e sperare di trovare qualche scritto inviato dai suoi familiari.
Prima che calasse il sole doveva tornare al suo faro. Spesso lo riaccompagnava Pinutzu, un vecchio pescatore munito di somaro, che si offriva di trasportargli il fardello delle provviste accettando in cambio qualche bicchiere di vino. Fortunatamente la paziente bestia conosceva a memoria la strada di ritorno e avrebbe percorso a ritroso l’unico sentiero a picco sul mare, nonostante il buio e il peso del suo padrone che cantava in groppa, annebbiato dai fumi dell’alcool.
Pinutzu gli fece compagnia fino a quando il mare che l’aveva cullato e sbatacchiato per tutta la vita non se lo riprese.
Pur essendo figlio di pastori sardi, era stato avviato all’attività di pescatore da uno zio, sin da ragazzino. La barca a remi era stata la sua dimora per decenni e il mare il suo regno naturale, con tutte le conseguenze positive e negative che ciò poteva offrirgli. Da un lato gli aveva consentito di vivere una vita onesta e laboriosa, per poi presentargli un conto salatissimo. Era già avanti con gli anni, quando avvenne la tragedia irreparabile, durante una tremenda nottata trascorsa a pescare con lo zio.
Una tempesta improvvisa li sorprese e spinse la barca ingovernabile a sfracellarsi contro gli scogli della Penisola di Sant’Antioco. Pinutzu si era salvato per un puro miracolo, riuscendo a raggiungere completamente esausto la meravigliosa spiaggia di Coaquaddus.
Fu una vera fortuna per lui.
Il corpo del suo parente non riaffiorò mai più e il mare restituì poche schegge del relitto frantumato dai flutti contro gli scogli!
Dopo giorni di cammino fra boscaglie di canne e dune sabbiose riuscì a tornare alla sua isola, quando già l’avevano dato per annegato. La vedova dello zio, naufragato insieme con lui, pensò di interpretare la volontà espressa in vita dal marito regalandogli la cosa più preziosa che questi possedeva dopo la barca: un asinello smilzo.
Pinutzu non era più in grado di fare il pescatore e non poté più tornare al temuto mare. Allora decise di continuare a vivere in compagnia di quell’asinello, aiutato dai compaesani che lo ricompensavano per il trasporto delle poche merci che riusciva a caricare sulla groppa di Coaquaddus. Così aveva ribattezzato il suo ciuchino.
Conduceva una vita grama, attanagliato dal terribile ricordo del naufragio. Forse per questo motivo a volte si consolava con qualche bicchiere di vino.
Accadde che una notte il somarello tornasse scosso dal sentiero che dal faro lo riportava al paese.
Il mare, dopo che si era impossessato dello zio e della barca, si era preso anche Pinutzu senza scomodarsi a restituire una minima traccia. In paese molti pensarono che per qualche diavoleria il vecchietto se ne fosse andato a vivere altrove e l’asino si era rifiutato di seguirlo.
Il guardiano del faro restò scosso dall’avvenimento, perché aveva perso quel minimo di compagnia che poteva offrirgli Pinutzu. Prima che i soliti superstiziosi facessero fare una brutta fine al somarello rimasto senza padrone, lo adottò e se lo portò al faro. Costruì un recinto e una capanna come riparo, utilizzando spezzoni di tavole e tronchi che la risacca depositava generosamente sulla vicina caletta. Coaquaddus gli teneva pulito il sentiero mangiando arbusti di macchia mediterranea. Pascolava sugli impervi scogli a picco sul mare, tenendo la testa bassa in direzione di quell’azzurro trasparente, forse sperando di vedere riaffiorare il suo vecchio padrone.
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