U Signuri mi ni scansa de figghi picciusi e de vicini mmidiùsi
Il Faro di San Raineri brillò lontano, con i primi lampi confusi nella luce rosata del tramonto incipiente.
Con la sua possente sagoma stazionava da secoli sulla spiaggetta, al limitare della penisola, infaticabile custode e guardiano dei naviganti che affrontavano le correnti dello Stretto di Messina. Paff… paff… paff… Tre lampi consecutivi e poi un’interminabile eclissi di dodici secondi.
Adesso dovevo proprio sbrigarmi a scendere dal terrazzo che avevo raggiunto, incurante di ogni divieto, salendo su per la lunga e malferma scala a pioli. Come da me lungamente desiderato, gli sbadati operai avevano dimenticato di riporla sul selciato, lasciandola appoggiata alla parete del caseggiato. Affacciandomi nel vuoto osservai l’ultima asticciola, che sarebbe stata il primo gradino della mia pericolosa discesa. Sdraiato con la pancia sul tetto mi lasciai andare, restando abbarbicato al cornicione e cercando con il piede il sicuro contatto con il piolo. Ricerca vana. Sentii il tonfo sordo della scala che la nostra volpina Lola, abbaiando e ringhiando lì sotto, aveva urtato e fatto cadere. Restai attaccato al cornicione con le mie esili braccia, insufficienti per reggere un corpo troppo pesante per la loro forza. Un attimo dopo volai nel vuoto…
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