La guerra sui sommergibili

Intanto un’idea fissa prendeva forma nella sua mente, fortemente alimentata da quell’amor di Patria che il regime inculcava e che altrimenti non sarebbe mai sbocciato nelle giovani generazioni, soprattutto in quelle con la pancia vuota.

Giungevano notizie di un’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista in un conflitto che nelle convinzioni del Duce si preannunciava veloce e vittorioso.

Così il motorista navale Ciccino si arruolò volontario nella Regia Marina, a diciassette anni e sei mesi, tra le formazioni marinare degli Avanguardisti, con il titolo di cannoniere e mitragliere.

I genitori lo lasciarono partire, orgogliosi del fatto che il loro rampollo andasse a servire la Patria, piuttosto che trascorrere una vita ignava a cucinare pollastri, lessare polipi e friggere sardine.

Alla fine dell’estate del 1940 lo mandarono a Pola, prima al CREMM, Corpo Reale Equipaggi Militari Marittimi e dopo pochi mesi alla scuola sommergibilisti.

Nel frattempo sopraggiunse un inverno particolarmente rigido, al quale un giovane siciliano non era sicuramente avvezzo. Altrettanto rigida era la disciplina con cui venivano addestrati i marinai.

Terribile erano le adunate, alle prime luci dell’alba, per lavarsi a torso nudo con la poca acqua che sfidava, a goccia a goccia, il gelo delle tubazioni.

L’incalzare del freddo, la ferrea disciplina, la lontananza dagli affetti e dalla terra natale non svilirono la sua resistenza fisica e la forte tenacia che lo aveva condotto ad affrontare quell’impresa.

Trovava insopportabile soltanto la fame persistente; che non aveva mai provato in vita sua.

Quando si presentò l’occasione favorevole non resistette alla tentazione di rubare una gamella di calda sbobba liquida, lasciata incautamente incustodita. Naturalmente se ne accorsero e, insieme ai morsi della fame e del freddo, sperimentò anche il duro tavolaccio della cella di rigore, ricorrente punizione contro le disobbedienze di quei giovani coraggiosi e affamati.

Ne uscì temprato e ubbidiente, pronto per il primo imbarco sui sottomarini da guerra.

I disagi di Pola diventarono presto un piacevole ricordo, quando il sommergibile cominciò ad affrontare le infide acque del Mediterraneo e quelle fredde dell’Atlantico, per tendere astuti agguati ai convogli di navi mercantili che trasportavano anche truppe nemiche.

Gli spazi a bordo erano ridottissimi e diventavano addirittura angusti per lui che doveva operare nel caldo insopportabile della sala macchine, a contatto con manovelle e tubazioni sporche di grasso e olio. Si serviva di uno straccio per pulire le mani e, all’occorrenza, per asciugare il sudore che imperlava la fronte.

Il cibo era poco e di scarsa qualità. Le razioni di acqua, immancabilmente tiepida, diventavano sempre più ridotte ed erano sottoposte di continuo alla fatidica scelta: bere oppure lavarsi.

Ciccino perse ben presto il conto di quante volte vide la morte delinearsi, nelle vesti di una bomba di profondità sganciata a casaccio da un incrociatore oppure di reti metalliche e mine vaganti che insidiavano la loro celata navigazione. Spesso un’abbondante bevuta di scadente acquavite aiutava quei giovani valorosi ad affrontare con incoscienza i rischi della battaglia.

A volte in sala macchine, durante l’immersione, arrivava l’ordine di spegnere i motori e si stava per molto tempo con il fiato sospeso, in un silenzio surreale, rotto solo dal gocciolare dell’acqua nella sentina.

Si pregava per allontanare la paura che un’esplosione troppo vicina mettesse fine al precario equilibrio, sul quale il progettista aveva scommesso, tra i fluidi all’interno e all’esterno dello scafo. Sinistri scricchiolii accompagnavano l’interminabile attesa della certezza d’averla fatta franca.

L’abilità e il coraggio del Comandante erano determinanti per salvare nave ed equipaggio. Codardia ed imperizia avrebbero potuto spingere quella bara d’acciaio negli abissi.

La fortuna aveva assistito Ciccino, perché era stato imbarcato sul sommergibile Cappellini, che si sarebbe coperto di gloria al comando del Capitano di Corvetta Salvatore Todaro. Questi aveva dato prova di grandissima umanità, salvando una scialuppa di naufraghi fuggiti dal piroscafo Kabalo, che lui stesso aveva affondato in pieno Atlantico. Non potendoli ricoverare sul sottomarino, li aveva rimorchiati per giorni nella speranza di affidarli ad una nave neutrale. Quando le condizioni del mare peggiorarono il cavo di rimorchio si spezzò e il Comandante Todaro diede l’ordine di ricoverare gli stremati naufraghi sul ponte del suo sottomarino. Decise di navigare in superficie esponendo la sua nave al probabile rischio di essere avvistato dagli aerei nemici.

Ciccino si prodigò, insieme con gli altri sommergibilisti, ad alleviare le sofferenze di quei derelitti, che affrontavano gli spruzzi gelidi, legati alle tubazioni e alla torretta, per evitare di essere sbalzati in acqua. Cercavano di confortarli con qualche bevanda calda, riparando con le cerate i loro indumenti, irrimediabilmente inzuppati dalle spume dell’oceano.

Impotente, vide morire di freddo e di stenti giovani come lui. I superstiti vivevano atterriti al pensiero di come si sarebbe comportato il Comandante Todaro se fosse stato necessario fuggire al nemico con una rapida immersione.

Per loro sarebbe stata la fine…


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