Ciccino era il primo di cinque figli, tre maschi e due femmine. In qualità di primogenito gli erano toccati tutti gli onori che in Sicilia derivano da tale stato.
Il padre era felice di aver perpetuato il Nome della propria progenie mettendo al mondo l’erede di tutti i suoi averi; fossero palazzi, feudi, latifondi o semplicemente pezzi di terreno arido e roccioso.
Tramandando una consuetudine secolare, era stato battezzato con il nome del nonno paterno: Francesco.
Sorgeva spontaneo il dubbio se il nome fosse legato a San Francesco d’Assisi oppure a San Francesco di Paola, meno blasonato del patrono d’Italia, ma molto venerato al sud.
L’incertezza era stata risolta, come da tradizione, attribuendo il nome del Santo di Paola, il cui onomastico si festeggia il 2 di aprile, motivando la scelta con il fatto che il pargolo era nato nel primo semestre.
Per l’appunto era nato il 6 gennaio e per tutta la vita avrebbe menato vanto di essere un befanotu, portato sulla terra direttamente dai Re Magi.
Ciccino crebbe agiatamente con la pancia sempre piena, a dispetto dei tempi che non garantivano a nessuna famiglia, soprattutto alle più numerose, di metter insieme due pasti nella stessa giornata.
Era il coraggioso capo indiscusso della piccola banda di ragazzacci che gravitava sul piazzale davanti all’osteria. Il suo carisma era rafforzato anche dalla generosità d’animo che ne caratterizzava l’indole. Tale magnanimità si esplicitava con regalie di pezzi di pane, salsicce, uova sode e polpettine, prelevati dalla trattoria per sfamare i piccoli scugnizzi scalzi che costituivano la sua combriccola.
Il padre borbottava taciturno senza intervenire, se non per allungargli qualche ceffone occasionale, senza peraltro motivarne la somministrazione. La madre, una donna solare, generosa e altruista lo spalleggiava e gli faceva da complice nella distribuzione dei manicaretti, conscia del fatto che il buon Dio provvedeva in tal modo a sfamare anche qualche figlio di famiglia bisognosa, senza creare forti disagi all’economia della trattoria.
Giocavano in modo molto semplice: alla cavallina, a nascondino, con palle di pezza e con i tuppetti, le trottole di legno tornito.
Ciccino eccelleva nella costruzione delle cumete, cioè degli aquiloni. Per la struttura utilizzava sottilissime strisce di canna, che rendeva aerodinamiche con pannelli di carta velina di vari colori. Leggere catene con gli anelli di carta colorata ornavano la coda dell’improvvisato oggetto volante, pronto a librarsi nel cielo terso, sfruttando la spinta ascensionale dell’aria calda proveniente dall’Africa, spinta dalle brezze di scirocco.
L’unico inconveniente era quello di procurarsi il filo per legare l’aquilone. Doveva essere sottile, robusto e soprattutto molto lungo. Il filo di cotone utilizzato per cucire andava benissimo, peccato che in tempi di carestia non era facile procurarselo, poiché aveva dei costi che scoraggiavano l’acquisto. Rubacchiando spezzoni di filo dai cassetti della madre riusciva a mettere insieme un rocchetto multicolore, che sarebbe servito allo scopo. Era diventato così bravo nella costruzione di aquiloni che non c’era nessun altro bambino nel circondario che riuscisse a costruirne di più efficienti e duraturi. Le sue cumete volavano talmente in alto che talvolta tornavano a terra appesantite dall’umidità delle nuvole che avevano osato sfidare.
La sua infanzia trascorse serenamente tra il “Rettifilo” e i “Ponti” che collegavano Siracusa all’isola di Ortigia.
Insieme con la combriccola di amici, quando la stagione lo consentiva, faceva il bagno nelle limpidissime acque sotto la scogliera del Castello Maniace. Era un abilissimo nuotatore e ben presto imparò anche a tuffarsi, in modo sempre più spericolato, da sommità sempre più elevate. Quando l’altezza degli scogli non fu più sufficiente a dare la giusta emozione ai suoi tuffi, si trasferì sul relitto arrugginito di una nave in disarmo, ancorata semisommersa nel porto piccolo di Siracusa.
Iniziò a saltare giù dal parapetto del ponte di coperta, prima a chiodo, poi raggomitolato a panareddu e infine a testa in giù e a braccia protese. In un crescendo di altezza e di emozioni si lanciò anche dal ponte di comando. A mano a mano che i suoi amici davano uguale prova di destrezza, doveva aumentare la quota. Finì per tuffarsi dal pennone inclinato dell’albero maestro, rischiando di rimetterci la pelle per la pericolosità del tuffo.
Stavolta la voce arrivò alle orecchie di suo padre che lo punì severamente, mettendolo lavorare per qualche giorno nella trattoria.
Con pazienza certosina tutti cercavano di tirare fuori da quel discolo ragazzino le migliori qualità. Era sempre pronto a menare le mani per difendere qualche suo amico vittima di soprusi oppure per ristabilire l’ordine e l’autorità nella banda di sbarbatelli che capitanava.
Il padre decise di mettere a dura prova il suo coraggio. Per responsabilizzarlo gli affidò, pro tempore, la custodia del suo vecchio nonnu Piddu, il quale, alla veneranda età di quasi cento anni, ormai gravemente asmatico e parzialmente demente, si ostinava a voler vivere, da solo, nella sua povera casa… contigua all’osteria che mesceva del buon “nero d’Avola”, viatico miracoloso di tutti gli acciacchi.
Il bisnonno in questione, che asseriva di essere nato nel 1830, aveva attraversato tutta la storia dell’Indipendenza d’Italia, anche se non sempre era stato informato degli eventi per i quali aveva combattuto. Aveva trascorso la sua lunga e dura vita misurandosi, da soldato, con gli austro-ungarici. Aveva poi lottato, da bracciante agricolo, contro le male annate, nelle trincee immaginarie costituite dai solchi della sua terra arida, bagnata dal sudore della fronte!
Aveva fissato, fra i suoi incerti ricordi, solo la spedizione di Garibaldi. Si vantava di averlo pure conosciuto e di averlo dissetato con la fresca acqua della sua quartara di coccio, quando il valoroso Generale era passato vicino al podere dove si trovava a zappare. E questi gli aveva regalato un fazzoletto rosso che esibiva, di tanto in tanto, annodato intorno al magro collo rugoso. Poiché queste storie le aveva raccontate per lunghi anni in osteria, davanti al quartino di vino, non tutti a Ortigia gli credevano; ma, nell’incertezza, iniziarono a chiamarlo “Garibaldi”. Per distinguerlo da tanta valorosa figura, gli cambiarono il nome da “Giuseppe” nel diminutivo “Piddu”. Per l’infinita progenie di figli, nipoti e pronipoti, fu sempre Nonnu Piddu… Garibaldi!
Ciccino assolveva volentieri al compito affidatogli dal padre di vigilare sull’anziano trisavolo, soprattutto perché questi dimorava in un basso che aveva il cortile in comune con le abitazioni di certi ragazzacci della sua risma. Si era ingegnato a sorvegliare il bisnonno guardandolo dal patio. Restava in zona, davanti alla porta di casa, tra una pallonata e l’altra di una partitella di calcio oppure tra un salto e l’altro della cavallina.
Per alleviare le sofferenze e la noia di quel povero vecchietto si era fatto aiutare a trasportarlo su una poltrona davanti all’uscio di casa, sperando che le loro acrobazie e le grida potessero costituire un viatico ai penosi attacchi d’asma.
Il nonno reagiva a tanto coinvolgimento sorridendo in modo ebete. Chiaro segno che spesso non si rendeva conto di cosa succedesse attorno a lui e che non riconosceva neanche i suoi cari.
Il centenario nonnu Piddu, che era passato indenne attraverso la spedizione dei Mille e qualche guerra d’indipendenza, non sopravvisse ad una terribile pallonata che lo colpì in viso mentre assisteva inerte ad una finale calcistica contro gli scugnizzi della borgata malfamata di Ortigia: “La Graziedda”.
Lo portarono nel suo lettone di materassi di crine e, poiché non dava segni di vita, chiamarono a raccolta tutta la progenie e convocarono pure Donna Ciuzza, la più esperta guaritrice dal malocchio di tutto il rione. La vecchia megera lo osservò, si fece il segno della croce per tre volte e tracciò qualche croce con il pollice della mano destra sulla fronte dell’infermo. Alla fine scosse la testa e dichiarò la sua impotenza, tra la soddisfazione degli astanti che, finalmente, aspettavano una prognosi precisa e autorevole!
“Tra ‘ddui iorna, mori!”. Con tale nefasta previsione gli dava ancora due giorni di vita.
Le vecchie figlie piansero per qualche minuto, soprattutto al pensiero che il poveretto avrebbe lasciato pochi averi, persino insufficienti a pagare il funerale.
Si poneva drammatico il problema di chi avrebbe vegliato sulle sue ultime ore.
I figli e i nipoti si defilarono tutti, adducendo varie scuse di lavoro, di salute o facendo valere annose liti pendenti con il trisavolo.
Ciccino allora si fece avanti, dichiarando la sua disponibilità a vegliarlo, anche per rimediare in qualche modo al colpo di grazia inferto al bisnonno che, prima della pallonata, godeva ancora di buona salute… almeno un po’ vispo era!
Gli affidarono l’importante compito, con le raccomandazioni di rito, per vegliarlo e nutrirlo… o almeno idratarlo!
“Tieni a cura si s’arruspigghia. Fallu biviri ogn’ura”.
Trascorse il pomeriggio a giocare nel cortile con gli amici e, di tanto in tanto, si affacciava sull’uscio per controllare se il vecchietto dava ancora segni di vita.
La sera, dopo aver consumato il lauto pasto che qualche zia aveva generosamente preparato per il moribondo, si arrampicò sui trispidi del lettone e si accovacciò accanto a nonnu Piddu.
Per un po’ restò sveglio a guardarlo, mentre ansimava e rantolava come una locomotiva, con le spalle sollevate contro una pila di cuscini di crine.
“Nonnu, Nonnu Piddu, state bbonu?”.
“Vuliti biviri?”.
Gli porgeva il bicchiere d’acqua, senza ricevere nessuna risposta dal povero moribondo, che ormai non aveva più neppure la forza di aprire le palpebre.
Fidandosi del vaticinio di Donna Ciuzza, che dava al bisnonno ancora due giorni di vita, Ciccino si addormentò come un sasso.
Quando il primo raggio di luce entrò attraverso gli scuri socchiusi, si svegliò di colpo.
Grandissima fu la sua meraviglia, quando si rese conto che il moribondo era resuscitato… nel senso che non giaceva accanto a lui nel letto. Era sparito!
Saltò giù dal letto, spalancò la porta per fare luce e si lanciò nel cortile urlando tutta la sua angoscia.
“Nonnu Piddu unni siti?”.
“Aiutooo… Cercamulu!”.
In pochi istanti uno stuolo di vecchiette, uscite scarmigliate dalle case vicine, si precipitò dentro la casa per verificare l’accaduto, in un parapiglia di voci e improbabili ipotesi sulla sparizione dell’avo.
Nell’unica stanza da letto, che si affacciava direttamente sul cortile, il vecchio non c’era e neppure era caduto sotto i trispidi che reggevano le tavole del letto.
Stavano ipotizzando non si sa quali diavolerie, invocando tutti i Santi del cielo, quando Ciccino scostò la pesante tenda che nascondeva la cucina e il focolare.
Nonnu Piddu era lì! Vestito con la maglia di lana sbrindellata, di un paio di taglie più grande, seduto su una vecchia sedia impagliata, con i polsi appoggiati sul marmo del tavolo, il busto eretto. La posizione del capo, reclinato all’indietro, accentuava l’acutezza dell’ossuto pomo d’Adamo e la rugosità della pelle rinsecchita del collo, attorno al quale era annodato lo sdrucito fazzoletto rosso, regalo di Garibaldi.
Aveva gli occhi aperti e sorrideva appagato, davanti a mezzo bicchiere di vino. Morto!
Nonnu Piddu Garibaldi se n’era andato alla vetusta età di cent’anni, sconcertando tutti con un ultimo gesto di vigoria e smentendo le profezie di Donna Ciuzza.
Il suo ultimo atto di sfida era rivolto ai manigoldi fascisti che un giorno avevano osato strappargli dal collo quel fazzoletto. Un gesto inutile e violento, compiuto contro un ultranovantenne che per tutta la vita era andato fiero di quella “reliquia” ricevuta in dono!
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Un pensiero riguardo “Papà Ciccino e il trisavolo garibaldino”