Cu va a caccia senza cani, s’ arritira senza lepri
Don Caloriu promise che ci avrebbe portato a fare una battuta di caccia con lui, a patto che ci fossimo alzati prima dell’alba.
Ci aspettava un’altra levataccia!
Mio padre svegliò me e Giacinta alle cinque del mattino, quando ancora era buio pesto. Assonnati fummo rifocillati da Donna Marianna con del latte di capra appena munto e biscotti fatti in casa nel forno a legna.
Don Caloriu ci aspettava nel cortiletto, al buio, parlando con i suoi cani, come se volesse fare loro le ultime raccomandazioni prima dell’impresa. Era vestito con pantaloni di spesso velluto infilati dentro gli stivali, il gilet di fustagno sulla camicia felpata a quadri e l’immancabile coppola in testa. Fumava la prima sigaretta della giornata, confezionata avvolgendo nella cartina il solito puzzolente tabacco trinciato. Noi “cittadini” eravamo vestiti in modo assolutamente non consono ad una battuta di caccia. Infatti non eravamo stati avvertiti che saremmo andati in giro attraverso le montagne oppure in mezzo agli animali della casa che ci ospitava. Mia sorella indossava un elegante vestitino rosa ed io portavo una maglietta e dei calzoncini chiari, irrimediabilmente destinati a raccogliere qualsiasi macchia di sporco campagnolo potesse insidiarli. Calzavamo scarpe con la suola, abbastanza comode ed eleganti, ma assolutamente inadatte a scarpinare in montagna. Naturalmente, essendoci spostati solo per due giorni, papà Ciccino aveva palesato tutta l’inesperienza di un uomo lontano dalla saggezza della moglie e non aveva ritenuto utile preparare qualche indumento di ricambio.
Donna Marianna rimediò completando il nostro abbigliamento con due colorati maglioni tirati fuori dalla cassapanca nella quale riponeva i suoi lavori ai ferri, destinati ai nipoti sconosciuti. Gradimmo indossarli, per ripararci dalla frizzante aria mattutina.
Appena fummo pronti e mio padre diede l’assenso alla partenza, Don Caloriu schiacciò il mozzicone di sigaretta sotto lo stivale e imbracciò in spalla il fucile con due canne rivolte al cielo… la “scupetta”, come la chiamava lui!
Si avviò senza salutare nessun familiare ordinando:
“Diana, Falcu… amunì!”.
Entrambi i cani ubbidirono e cominciarono a precederlo sulla strada ben conosciuta, già percorsa decine di volte. Mio padre, Giacinta e io lo seguivamo silenziosi a debita distanza, prendendo alla lettera i suoi dettami: “a caccia nun si parra, nun si fa rumuri. Vui aviti a caminari arreti a mia”. Chiudeva la processione il gatto nero di casa, felino dall’indole paciosa, voglioso di farci compagnia più che di andare in cerca di prede.
Camminammo fino al limitare del paese, lungo la strada comunale illuminata da poche lampade issate su pali di legno. Era ancora buio pesto quando lasciammo la via maestra per inoltrarci in un sentiero che s’inerpicava in mezzo agli alberi diventando via via sempre più ripido e stretto. Fortunatamente il cacciatore tirò fuori una lampada tascabile per rischiarare i nostri passi incerti.
Interpretò come un infausto presagio la presenza del gatto nero che ci seguiva da quando eravamo partiti da casa e lo cacciò sgarbatamente.
“Ci mancava pure lu iatto nivuru per completare l’opera”, bofonchiò irato.
Alle primissime luci dell’alba avevamo ormai percorso qualche chilometro inoltrandoci nella campagna dei Monti Peloritani. La stanchezza già affiorava.
Il cielo si rischiarava con vividi colori rosati senza che ancora si riuscisse a capire da dove sarebbe sorto il sole, tanto era fitta la vegetazione intorno a noi. La sua ascesa fu lentissima e i primi raggi fecero capolino, tra grosse querce e alti castagni, almeno un’ora più tardi rispetto alla stessa alba osservata sul mare.
Io e Giacinta iniziammo a borbottare sommessamente. Convenimmo che andare a caccia non era poi così divertente come ci volevano far credere. Ci avevano svegliato nel cuore della notte, ingozzato con un latte pieno di panna, costretto a camminare in mezzo alle montagne, lontani da qualsiasi oggetto che avesse una parvenza di gioco e, soprattutto, lontani dall’amato mare.
E per giunta dovevamo pure stare attenti a non fare rumore… e muti!
Don Caloriu di tanto in tanto si girava per accertarsi che lo seguissimo ancora e si fermava per aspettare pazientemente che lo raggiungessimo, ansimanti e sudati. Era l’unico che profferiva qualche parola, rivolgendosi solo ai due cani che gli scodinzolavano intorno, annusando il terreno e battendo il territorio circostante fino a scomparire dalla nostra vista per poi ritornare agili e festosi, con le lingue penzoloni fuori dai denti aguzzi.
Loro sì che si stavano divertendo!
Mio padre aspettava gli eventi convinto di tornare a casa con un po’ di cacciagione da esibire come trofeo.
Di animali terrestri o volatili, finora, non si era vista traccia alcuna.
E intanto il sole già alto rischiarava pendii coperti da una fitta vegetazione, costituita da bassi cespugli di macchia mediterranea fra i quali si ergevano alberi maestosi, completamente sconosciuti a noi cittadini, che al massimo distinguevamo il familiare fico, l’oleandro e il gelsomino.
Ogni tanto si avvertiva qualche fruscio e Don Caloriu si fermava a scrutare fra gli arbusti e ascoltare attento, zittendo con un gesto del braccio tutti noi ed imbracciando prontamente il fucile. Ma era sempre un falso allarme. Allora si riprendeva a camminare, sempre in salita, fino al prossimo fruscio oppure fino al prossimo escremento di animale, che lui osservava sempre con interesse, sbriciolandolo tra due dita per saggiarne la consistenza o la secchezza. Dalla sua espressione schifata si capiva che l’ipotetica preda aveva defecato da parecchio tempo.
Ad un tratto un rumore più forte attirò la sua attenzione e quella dei cani che si lanciarono abbaiando e guaendo verso la fine della radura, allertati da selvatici effluvi, all’inseguimento di qualcosa che nessuno aveva ancora scorto.
In un attimo Don Caloriu imbracciò il fucile. Mio padre bloccò la nostra corsa facendoci acquattare a terra.
Sparò due terribili colpi di doppietta in successione, accompagnati da una nube di fumo, contro una coda fulva che per una frazione di secondo comparve fra gli arbusti.
I cani, che si trovavano sulla traiettoria dei pallini, non rimasero colpiti per puro miracolo e continuarono la loro corsa dietro l’animale, forse ferito, lontano dal nostro campo visivo.
Avevo la pelle accapponata dalla paura!
La scupetta aveva “spazzato” l’aria con una sventagliata di piombo.

Presto fu di nuovo silenzio, quando la montagna finì di restituire l’eco degli spari.
“Era ‘na volpe!”, pontificò Don Caloriu e dischiarò la sua incertezza ad averla colpita:
“Non sacciu se ‘a pigghiai!”.
Nella quiete irreale seguita agli spari attendeva indizi da Diana e Falco che si erano lanciati a rincorrere la preda ferita.
…
…
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