La pesca miracolosa

Il capobarca stava con i piedi nudi nel bagnasciuga e armeggiava a prua per riporre la pesante e arrugginita ancora. Cercava di incastrare sotto il pianale di legno i quattro bracci appuntiti e arcuati che non gradivano la sistemazione, abituati a mordere scogli e sabbia del fondale, per limitare il disordinato beccheggio e lo scarroccio di Querida in balia della corrente.

Nei paraggi c’erano altri pescatori che trafficavano intorno alle loro barche per armarle prima di spingerle in mare.

Un sole tiepido tramontava dietro i monti Peloritani, illuminando con gli ultimi bagliori rosati quei pescatori, ignari del trambusto nel quale sarebbero stati coinvolti a breve.

“Papà talìa ddà banna!” urlò improvvisamente Lillo, saltando sull’alta piattaforma di prua e indicando una zona precisa del mare.

Che c’è? Che vvidi?”.

Vadda davanti ‘o puntuni!”.

Il mio sguardo disattento vedeva il solito pontone semisommerso che da anni occupava un largo tratto di mare, coprendo la vista sul porto con la sua sagoma arrugginita.

Il cassone della chiglia, a sentire i pescatori che giornalmente gli remavano vicino, era diventato un habitat privilegiato per pesci di piccola taglia che venivano a svernare in quelle acque calme e calde, lontano dalle correnti dello Stretto.

Effettivamente tutto intorno al relitto il mare, finora liscio come l’olio, cominciò improvvisamente a ribollire, increspandosi di schiume argentate provocate dal movimento disordinato di grossi pesci.

I predatori nuotavano in branco a pelo d’acqua per saziare la loro fame atavica. Si spostavano verso il molo per poi cambiare improvvisamente direzione, straziando e disperdendo una nuvola di povere sardine.

Lo spettacolo era eccitante e l’occasione ghiotta per gli esperti pescatori, che in un sol colpo potevano intrappolare prede e predatori.

Mastro Mico si liberò di tutte le cassette che aveva accatastato, lanciandole sul bagnasciuga.

“Niscemu subitu ca barca”.

“Lillo, fa’ viatu, spingemo”. Ordinò al figlio di sbrigarsi a varare la barca.

Maresciallu! acchianati cu picciriddu!” disse, riferendosi a mio padre e a me che osservavamo la scena incantati da quel ribollire misterioso.

In un batter d’occhio salimmo sulla barca, mentre il robusto giovanotto la spingeva in mare facendola scivolare lungo le palanche di legno cosparse di grasso. Non appena la prua si infilò nell’acqua, con un vigoroso colpo di reni la spinse lontano dalla riva, saltò sul bordo della poppa e, con un balzo da equilibrista, si posizionò al centro della barca dove impugnò i remi che il padre aveva già collocato sugli scalmi.

“Vacci davanti i’ stu latu” gli indicò.

Lillo vogava ritmicamente e velocemente in direzione del ribollire che non era ancora cessato.

Anzi, qualche pesce predatore, di tanto in tanto, saltava fuori dall’acqua.

L’esperto capobarca, ritto in piedi sulla prua, riconobbe in fretta i pesci del branco di predatori che divoravano le inermi sardine.

“Cavagnole sunnu!”.

“Cavagnole… e stannu manciandu li sardi”.

“Ora ni divirtemu macari nui!”.

In pochi minuti aveva già stabilito la strategia da adottare. Si portò con la barca nel tratto di mare tra il pontone e la zona dove l’acqua spumeggiava. Cominciò a calare la rizza con movimenti regolari, mentre il figlio vogava, tracciando un ampio semicerchio e allontanandosi sempre più dalla riva.

L’operazione d’accerchiamento riuscì, perché il banco di cavagnole trovò sbarrata la via di fuga verso il rifugio sommerso costituito dal relitto del pontone, mentre da riva cominciarono ad arrivare sassi lanciati dai pescatori rimasti a terra.

I pesci disorientati potevano solo fuggire verso il porto, ma incocciarono nello sbarramento mortale della rete.

Il ribollire dell’acqua aumentò vorticosamente. Predatori e prede sfilavano veloci sotto la nostra chiglia, impazziti di paura nell’acqua trasparente, mostrando i luccichii tipici dei pesci costretti a nuotare disordinatamente, anche inclinati di fianco, in spazi resi angusti dallo stringersi delle maglie della rete.

Lillo mise in acqua lo specchiu, un bidoncino cilindrico il cui fondo di metallo era stato sostituito da un disco di vetro, attaccato al bordo con lo stucco impermeabile.

Appoggiato a pelo d’acqua mostrava una visione panoramica e nitida del fondale.

Vidi centinaia di pesci luccicanti e smarriti che venivano a battere fin contro il vetro del bidone.

In pochi minuti la pesca miracolosa si concretizzò. La rete venne issata, con l’aiuto di un’altra barca nel frattempo intervenuta.

Centinaia di pesci argentati furono rovesciati nel fondo dell’imbarcazione, colmandola quasi fino al bordo. La linea di galleggiamento si abbassò, minacciando quasi l’affondamento.

Le cavagnole più agili e fortunate riuscirono a guizzare fuori dal bordo e riguadagnare un’insperata salvezza.

Noi ci trovammo con le gambe sommerse sino ai polpacci da tanti pesci saltellanti, scolati dagli schizzi dell’acqua salata, accecati dal riverbero argenteo.

Uno spettacolo bello e terribile della natura!


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