Pescatori

Ammatula si pisca, si all’ amu nun c’è isca

Fuori dal cancello, la strada sterrata correva parallela al mare per un centinaio di metri, affacciata sul calmo golfo che ospitava il porto di Messina. Sotto uno scosceso dirupo c’era una spiaggetta, talmente stretta che a stento vi si riusciva a tirare a secco le barche, appoggiate sulle balate di lignu. Quando la prua già batteva contro il terrapieno, l’ultima palanca ingrassata, utilizzata per far scivolare la barca sulla terraferma, sorreggeva la poppa sul bagnasciuga.

Alcune barche di legno, allineate sulla spiaggetta, perpendicolarmente al mare, si pavoneggiavano con i loro smaglianti colori, orgogliose della propria pingue stazza.

Avevano solo nomi femminili: Agnese, Querida, Annunziata, Crocifissa, Agatina…

Diversissime nelle tinte sgargianti ma non nella struttura. Avevano tutte in comune l’odore della salsedine e la patina di sale rimasta dopo l’evaporazione dell’acqua marina con cui erano state sciacquate.

Ogni barca era sorretta lateralmente da robusti puntoni per impedire che si rovesciasse sul fianco.

Al loro interno le tavole, normalmente sistemate sul fondo dello scafo, erano scostate per fare asciugare la sentina. Si intravedevano i fori aperti dai quali i pescatori avevano fatto defluire l’acqua imbarcata recuperando le reti.

Al fianco di ogni cavità era collocato il fondamentale tappo di legno che la turava, foderato da un pezzo di stoffa, per garantire una migliore tenuta.

Ciascuna barca rappresentava per il proprio padrone la principale fonte di sostentamento e l’unico guscio che potesse salvargli la vita quando il mare inferocito avrebbe schiumato la sua forza.

Al tramonto sarebbero state calate in acqua per ricominciare una faticosa pesca notturna, condotte da pescatori che avevano dedicato la loro vita al mare.

Alla spicciolata, con il calar delle tenebre arrivavano i marinai, carichi d’attrezzi e di paioli; alcuni con una coppia di pesanti remi appoggiati sulle ossute spalle.

Pochi gesti ripetitivi e quasi rituali, in ossequio agli ordini impartiti dal capobarca, servivano ad armare le barche e a farle scivolare silenziose e agili sull’acqua calma del porticciolo. Salivano uno alla volta sull’imbarcazione sistemandosi in modo da bilanciare i pesi, mentre l’ultimo marinaio teneva la poppa ferma stando ritto con i piedi nudi nell’acqua bassa, prima di dare un vigoroso spintone e montare sul bordo, appoggiandosi con un ginocchio. I remi e la forza delle braccia del vogatore l’avrebbero portata nel mare aperto dello Stretto, verso bottini di pescato che potevano essere sventuratamente insoddisfacenti o inaspettatamente pingui.

Ad ogni buon conto, passando sotto la Madonnina posta sullo scoglio all’uscita del porto, tutti si scoprivano il capo e si segnavano frettolosamente con il segno della croce, per rasserenare gli animi con quel gesto di religiosità che aiutava a sperare in una nottata proficua. Lo stesso affrettato segno di devozione l’avrebbero ripetuto al loro ritorno, indipendentemente dall’esito fortunato o deludente della pesca.

“Querida” era la barca della famiglia Piscitello. Annualmente la verniciavano di colore azzurro intenso, con una larga striscia nera che percorreva, per tutta la lunghezza, entrambi i bordi della chiglia ed entrava e usciva dal mare durante il rollio a pelo d’acqua.

Per ammissione di Mastro Mico Piscitello, i colori erano stati scelti per la sua fede calcistica, in onore della Grande Inter di Milano che in quegli anni faceva sfracelli, vincendo sui campi d’Europa, con i gol di Mazzola, Suarez e Corso.

Mastro Mico era il capobarca, qualifica che gli veniva riconosciuta in virtù della sua maggiore età, nonostante fosse comproprietario dell’imbarcazione alla pari con il fratello Carmine.

Erano figli d’arte e dal mare avevano ricevuto tutti i dolori e le soddisfazioni che competono a chi fa questo mestiere da svariate generazioni.

Pur essendo fratelli non si somigliavano per niente. Avevano struttura fisica completamente diversa: Mico era alto e ossuto; Carmine aveva una corporatura tozza e tracagnotta. Li accomunava l’aspetto del viso abbronzato, rugoso molto al di là della loro senilità incipiente. Erano entrambi taciturni, ma si capivano al volo con lo sguardo e sapevano sempre come eseguire le manovre, sia durante le notti silenziose trascorse con mare calmo, sia quando la loro barca era strapazzata dalle raffiche di vento che spazzava le onde, strappando loro schiuma e schizzi.

Già da qualche anno avevano imbarcato anche il figlio di Mastro Mico.

Lillo Piscitello era un giovanotto robusto e assai sveglio che armeggiava in barca con la forza dei suoi venti anni, risparmiando ai vecchi del suo equipaggio i lavori più pesanti.

Era l’ultimo a spingere la barca alla partenza e il primo a saltare nel bagnasciuga per issarla a riva. In navigazione si sistemava ai remi e vogava fino allo sfinimento, riempiendo e svuotando incessantemente i possenti polmoni.

Voooga! Voooga!”  urlava per scaricare sugli scalmi e sui remi la forza delle muscolose braccia.

Durante la pesca si occupava di issare la pesante ancora dal fondo o di recuperare le reti appesantite dai piombi e dal guizzante pescato. Portava a bordo un po’ di brio e fischiettava quasi sempre allegri motivetti, a volte pazientemente sopportato dagli altri due silenti marinai.

Un piccolo capanno, situato nel nostro giardino custodiva tutti gli attrezzi atti ad armare Querida, soprattutto quelli più ingombranti e costosi: i remi, le reti e l’ancora uncinata di ferro.

Avevano riposto all’interno di una grossa cassapanca di legno la sciabica, utilizzata soltanto in primavera, quando le maglie strette potevano catturare il novellame di alici appena nate: sciabacheddu e grossulidda.

Questo “forziere” era diventato la mia dimora preferita. Mi ci infilavo dentro e stavo accovacciato fra le maglie della rete, che profumava di salsedine e di canapa, per leggere i libri che nutrivano la mia fantasia sulle storie di mare: “Capitani coraggiosi”, “Moby Dick” e “Ventimila leghe sotto i mari”.

Che goduria vivere le avventure degli oceani dentro il mio rifugio, avvolto dalle reti che avevano accarezzato fondali azzurri e ondeggianti distese di alghe!…

La giornata dei pescatori Piscitello non si esauriva con il riordino delle barche e la sistemazione degli attrezzi. Fondamentale era la manutenzione delle reti, che ogni mattina venivano distese ad asciugare sull’erbetta del nostro giardino e ripulite dai residui di alghe e dai pesciolini rinsecchiti rimasti ancora impigliati.

Mastro Mico e Carmine controllavano minuziosamente le maglie e ricucivano gli strappi annodando spaghi di canapa. Le smagliature più estese venivano rattoppate adoperando come ago artigianale un pezzetto di legno scanalato, sul quale era arrotolato il filo da rammendo. Mi affascinava osservare con quanta perizia i due pescatori facevano scorrere la rete tra le mani, dando di volta velocemente con questo legnetto e annodando lo spago che da esso si srotolava. Spesso li vedevo lavorare seduti a terra, con le gambe ritte e i piedi nudi, in modo da poter utilizzare gli alluci come punti prensili per tendere ampi spezzoni di rete. Si aiutavano perfino con i denti per reggere un capo dello spago prima di serrare il nodo definitivamente.

Venivano poi controllati i piombi e i sugheri galleggianti che, con spinte di verso opposto, garantivano il dispiegarsi della rete dal pelo dell’acqua alla profondità del mare.

In quei vecchi lupi di mare si sommavano le abilità artigianali del sarto, del falegname e del fabbro… oltre alla scontata conoscenza dell’arte marinara e della pesca.

Periodicamente i pescatori dovevano effettuare anche la colorazione delle reti, per scurirle e renderle poco visibili quando sarebbero state immerse nell’acqua. Il metodo adottato, chiamato tannatura, doveva essere molto antico e tramandato di padre in figlio per molte generazioni. L’operazione consisteva nel colorare l’acqua bollente contenuta in un capiente paiolo sciogliendo una resina color porpora, ricavata dalla corteccia polverizzata del pino di Aleppo. Prima che tale miscuglio si raffreddasse immergevano uno spezzone della rete all’interno del recipiente e lo estraevano colorato di rosso cupo. Facevano sgocciolare nel secchio il liquido in eccesso, strizzavano, stendevano ad asciugare e passavano avanti fintanto che non avevano colorato uniformemente l’intera rete.

I pescatori Piscitello riponevano le reti in quella cassapanca nella quale mi andavo ad accucciare per leggere.

Le sistemavano a seconda della loro forma e dell’utilizzo, in funzione dell’alternarsi delle stagioni e del passaggio dei pesci nello Stretto di Messina.

A inizio primavera usavano una rete a maglie fittissime per catturare la nunnata, cioè i branchi costituiti da milioni di pesciolini appena nati. Avvicinandosi alla bella stagione utilizzavano la sciabica, più adatta allo strascico sottocosta, per imprigionare sciabbacheddu, anciovi e grossulidda, pesce azzurro di piccola e media pezzatura.

D’estate adoperavano il tramaglio, ostruendo interi tratti di mare fra gli scogli, per prendere i pesci che risalivano lo Stretto di Messina, cavalcando correnti calde o fredde a seconda della provenienza. Era il tempo delle aguglie, degli sgombri, dei sauri e delle costardelle. Anchequalche piccolo pescespada, allontanatosi imprudentemente dall’inseparabile madre, poteva restare impigliato senza strappare le maglie irrimediabilmente. Cosa che era invece avvenuta più volte al passaggio dei tonni in branco.

In autunno e d’inverno le reti venivano riposte per passare ad un tipo di pesca più stanziale. Si utilizzavano le nasse: gabbie labirintiche, costituite da ceste cilindriche di vimini intrecciati, nelle quali i pesci entravano attirati dalle cozze frantumate, usate come esca, per poi restare imprigionati senza scampo.

I Piscitello pescavano prevalentemente nelle acque dello Stretto, spingendosi oltre la penisola del porto di Messina, fuori dal canale di navigazione riservato al viavai dei traghetti tra Sicilia e Calabria.

Con la perizia maturata nei lunghi anni trascorsi in mare scrutavano l’orizzonte al tramonto, prima di scegliere la rotta da seguire per quella nottata di pesca, una volta doppiato lo scoglio della Madonnina.

La Querida, a seconda del tempo e del vento, volgeva la prua verso nord, in direzione di Scilla e Cariddi oppure a sud, lungo le coste sotto Taormina.

La prima soluzione era la più sicura e garantiva un buon pescato nella zona dove il canale dello Ionio si restringeva fino a sfociare nelle acque calde e nei bassi fondali del Tirreno. Per il vogatore era molto faticosa, perché doveva contrastare le forti correnti che trascinavano la barca a loro piacimento.

La rotta verso sud, invece, puntava al mare aperto e si faceva preferire perché si navigava in acque più fredde e profonde, con possibilità di agguantare prede importanti. La cattura occasionale di una lampuga o di una ricciola di grossa taglia rappresentava un insperato regalo della Provvidenza.

Per contro, in direzione sud si incontravano pochi ridossi per proteggersi dalle raffiche di scirocco, che poteva alzarsi imprevedibilmente nella notte, quando le tenebre impedivano anche agli occhi più esperti di scrutare l’orizzonte per anticiparne l’arrivo.

“Ventu tradituri” lo definivano, perché arrivava inaspettato, preceduto da dolci e tiepide brezze provenienti dall’Africa.

Nel silenzio della notte il mare si increspava di colpo e già alle prime raffiche si aveva appena il tempo di ritirare le reti e salpare le nasse. La forza dei rematori o la veloce ricerca di un tratto di costa dove ridossarsi potevano significare la salvezza per la barca e l’equipaggio. Si vogava verso nord contrastando le folate che minacciavano di spingere la barca a fracassarsi sugli scogli segnalati dal Faro di San Raineri, che indicava il vicino ridosso con i suoi lampi rassicuranti!


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