Il capobarca stava con i piedi nudi nel bagnasciuga e armeggiava a prua per riporre la pesante e arrugginita ancora. Cercava di incastrare sotto il pianale di legno i quattro bracci appuntiti e arcuati che non gradivano la sistemazione, abituati a mordere scogli e sabbia del fondale, per limitare il disordinato beccheggio e lo scarroccio di Querida in balia della corrente.
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Pescatori
Ammatula si pisca, si all’ amu nun c’è isca
Fuori dal cancello, la strada sterrata correva parallela al mare per un centinaio di metri, affacciata sul calmo golfo che ospitava il porto di Messina. Sotto uno scosceso dirupo c’era una spiaggetta, talmente stretta che a stento vi si riusciva a tirare a secco le barche, appoggiate sulle balate di lignu. Quando la prua già batteva contro il terrapieno, l’ultima palanca ingrassata, utilizzata per far scivolare la barca sulla terraferma, sorreggeva la poppa sul bagnasciuga.
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